DISORDINE GLOBALE E GEOPOLITICA AUMENTATA: QUANDO IL POTERE SI CODIFICA
DISORDINE GLOBALE. Il mondo sta attraversando una trasformazione che Henry Kissinger aveva previsto ma non vissuto abbastanza per testimoniare completamente. Nel suo ultimo libro “Genesis: Artificial Intelligence, Hope, and the Human Future” (2024), scritto prima della morte, il vecchio architetto dell’equilibrio di potenza del XX secolo osservava che l’intelligenza artificiale stava creando “una rivoluzione filosofica” capace di dissolvere le categorie tradizionali attraverso cui comprendevamo potere, sovranità, conflitto. La velocità con cui questa dissoluzione si è compiuta ha superato persino le sue previsioni.
Il sistema internazionale post-1945 — quello di Bretton Woods, delle Nazioni Unite, del multilateralismo liberale che Kissinger stesso contribuì a plasmare attraverso détente e diplomazia triangolare — ha cessato di funzionare come framework operativo. Il potere globale si è disperso tra micro-interessi che collassano in alleanze temporanee, blocchi digitali che ridefiniscono sovranità de facto, zone grigie dove i confini vengono riscritti attraverso protocolli tecnici invece che trattati diplomatici. Un tweet presidenziale muove mercati globali in secondi. Un aggiornamento algoritmico di TikTok riscrive narrative politiche in ore. Una decisione su export controls di semiconduttori ridefinisce equilibri strategici in settimane.
Questo è il disordine post-liberale aumentato digitalmente — dove la geopolitica si gioca su layer invisibili di codice, dati, percezioni mediate algoritmicamente. Il potere si camuffa dietro interfacce user-friendly, muta forma secondo algoritmi proprietari, si scala con velocità che nessun impero tradizionale avrebbe potuto immaginare. Kissinger lo avrebbe chiamato “disordine strutturale” — fase di transizione dove il vecchio ordine è collassato ma il nuovo non si è ancora consolidato.
LA RIVALITÀ DEI SISTEMI OPERATIVI: DISORDINE GLOBALE.
USA e Cina non competono più su singoli mercati o tecnologie specifiche. Combattono per imporre sistemi operativi interi — architetture complete di regole, standard, infrastrutture che determineranno come funziona l’economia digitale globale per i prossimi decenni. Kissinger avrebbe riconosciuto il pattern: è la versione tecnologica del confronto USA-URSS che lui gestì attraverso equilibri delicati. Ma con differenze cruciali che rendono questo scontro più pericoloso e imprevedibile.
Washington blocca export di chip avanzati, equipaggiamenti di produzione semiconduttori, software di design AI, tecnologie quantistiche. Impone sanzioni su aziende cinesi dall’accesso a cloud computing americano. Proibisce investimenti in settori strategici cinesi. Costruisce alleanze tecnologiche esclusive — AUKUS, Chip 4 Alliance — progettate esplicitamente per isolare Pechino dalle catene di fornitura critiche. È contenimento tecnologico applicato a ecosistemi digitali globalmente interconnessi dove separazione netta è strutturalmente impossibile.
Pechino risponde con contro-sanzioni chirurgiche su terre rare (controllo del 90% della produzione globale di elementi critici per elettronica avanzata), restrizioni su export di gallio e germanio (materiali essenziali per chip militari), divieti su tecnologie di intelligenza artificiale considerate strategiche. Accelera lo yuan digitale come strumento per aggirare SWIFT e il dominio del dollaro nelle transazioni internazionali. Espande la Belt and Road Digital — infrastrutture di telecomunicazioni, data center, sistemi di sorveglianza — come alternativa completa allo stack tecnologico occidentale. Non compete dentro il sistema esistente ma costruisce sistema parallelo incompatibile.
Il cuore pulsante di questa rivalità non batte a Washington o Pechino ma a Taipei, dove TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) produce oltre il 92% dei chip più avanzati del pianeta — quelli sotto i 10 nanometri che alimentano tutto dall’AI ai sistemi d’arma di precisione. Gli Stati Uniti stanno spendendo decine di miliardi per replicare questa capacità in Arizona attraverso CHIPS Act e investimenti TSMC diretti. Sono drammaticamente in ritardo: costruire fab all’avanguardia richiede 5-7 anni e competenze che esistono quasi esclusivamente a Taiwan. Per la Cina, Taiwan rappresenta dipendenza tecnologica assoluta — senza accesso garantito a quei chip, ogni aspirazione di supremazia digitale diventa insostenibile. Quando Pechino definisce Taiwan “questione esistenziale” non è retorica nazionalista ma calcolo strategico basato su dipendenza tecnica concreta.
Anche il denaro diventa vettore di confronto sistemico. Lo yuan digitale — e-CNY controllato direttamente dalla People’s Bank of China — avanza tra i BRICS+ come leva per de-dollarizzazione graduale. Non cerca di sostituire il dollaro globalmente in breve termine, obiettivo irrealistico. Crea circuiti alternativi per commercio bilaterale, riserve regionali, transazioni che bypassano sorveglianza finanziaria occidentale. L’euro digitale arranca sotto il peso burocratico di Bruxelles e resistenze politiche intra-europee — la BCE ha iniziato fase pilota solo nel 2023, anni dopo Cina. Le criptovalute hanno visto i loro progetti libertari collassare tra speculazione degenerata (FTX, Terra/Luna), regolazione stringente, e assorbimento istituzionale. La blockchain non riguarda più “trust without intermediaries” ma chi controlla il registro distribuito che definisce verità finanziaria — controllo che sta tornando rapidamente agli stati.

DISORDINE GLOBALE: CONFLITTO IBRIDO COME NUOVA NORMALITÀ
Il conflitto Russia-Ucraina, iniziato nel febbraio 2022 e cristallizzato in guerra di logoramento con linee sostanzialmente congelate dal 2024, ha dimostrato qualcosa che Kissinger aveva teorizzato per decenni: la guerra tra potenze nucleari non può essere risolta militarmente senza rischio esistenziale inaccettabile. Si trasforma invece in conflitto ibrido permanente — mix di operazioni cinetiche limitate geograficamente, guerra economica attraverso sanzioni e contro-sanzioni, campagne informative massive, proxy warfare, sabotaggio infrastrutturale, cyber-operazioni.
Per Washington, l’Ucraina serve funzione strategica precisa che va oltre la retorica di “difesa della democrazia”: impantanare la Russia in conflitto costoso e prolungato, degradare capacità militari russe, testare sistemi d’arma occidentali in condizioni reali, e liberare attenzione strategica americana per il confronto con la Cina nell’Indo-Pacifico. Il “pivot to Asia” annunciato da Obama nel 2011 e mai completamente realizzato trova finalmente condizioni operative: l’Europa, spaventata dall’aggressività russa, riprende spesa militare e può gestire maggiormente la propria difesa, permettendo agli USA di concentrare risorse nel teatro che considerano prioritario.
Per Mosca, isolata dall’Occidente attraverso sanzioni senza precedenti (oltre 16.000 misure restrittive individuali e settoriali dal 2022), la guerra spinge verso alleanze che ridefiniscono geografia strategica globale. Approfondimento con Iran (droni, tecnologia missilistica, cooperazione intelligence), partnership strategica “senza limiti” con Cina (commercio energetico in yuan, coordinamento geopolitico, esercitazioni militari congiunte), espansione nei corridoi africani delle risorse attraverso Wagner/Africa Corps. Non si tratta di ripristinare influenza sovietica ma di costruire blocco anti-egemonico che sfida l’architettura internazionale dominata dall’Occidente.
L’Europa scopre brutalmente la propria vulnerabilità strutturale. La dipendenza energetica da Russia (che forniva pre-guerra il 40% del gas europeo) si rivela arma geopolitica quando Mosca chiude Nord Stream. Berlino abbandona definitivamente il sogno di Wandel durch Handel — cambiamento attraverso commercio — che aveva guidato l’Ostpolitik per decenni. Cerca transizione verde-industriale accelerata ma scopre dipendenza parallela da Cina per pannelli solari (97% della capacità produttiva globale), batterie (76% della produzione), terre rare (90% del processing). Sostituire una dipendenza con altra non è strategia ma trasferimento di vulnerabilità.
Parigi tenta riaffermare influenza in Africa — dove presenza militare francese è stata espulsa da Mali, Burkina Faso, Niger dopo colpi di stato filo-russi — e nei Balcani, dove Russia e Cina competono per infrastrutture e influenza. Ma senza muscoli finanziari comparabili, senza capacità tecnologica autonoma, senza volontà politica di rischiare confronto diretto. Londra post-Brexit abbraccia atlantismo radicale — AUKUS, Five Eyes, allineamento totale su politiche USA — che la trasforma in satellite invece che partner autonomo. Bruxelles resta in modalità perpetuamente reattiva, capace di produrre regolazione (GDPR, AI Act, Digital Markets Act) ma incapace di diventare attore geopolitico con volontà strategica propria.
In questo contesto frammentato, il dominio del dollaro — che Kissinger considerava uno dei pilastri insostituibili del potere americano — si erode gradualmente. Non collasso drammatico ma slittamento incrementale: quota del dollaro nelle riserve globali scende dal 71% del 2000 al 58% del 2024. Commercio energetico sempre più denominato in valute alternative. BRICS+ (espanso nel 2024 a includere Arabia Saudita, Iran, Egitto, Etiopia, UAE) discute meccanismi di pagamento che bypassano dollaro. Energia, gas, minerali critici diventano non solo commodities ma strumenti di disconnessione strategica. La questione non è più chi controlla risorse ma chi può permettersi di disconnettere chi, quando, per quanto tempo, a quale costo reciproco.
BIG TECH: DA DISRUPTORS A INFRASTRUTTURE CRITICHE
L’ideologia californiana delle startup in garage, dei pitch deck salvifici, della disruption come virtù morale, si scontra con realtà economiche brutali e scrutinio geopolitico crescente. Le Big Tech scoprono di essere diventate troppo grandi per essere trattate come semplici aziende private — sono infrastrutture critiche che nessun governo sa esattamente come regolare ma nessuno può permettersi di lasciare incontrollate.
Tesla, icona della transizione elettrica e oggetto di culto finanziario per anni, ha visto capitalizzazione di mercato crollare da picco di oltre 1.2 trilioni (novembre 2021) a valutazioni oscillanti sotto i 600 miliardi nel 2024-2025, mentre BYD — conglomerato cinese sostenuto da Pechino — la supera in volumi di vendita nei mercati asiatici che rappresentano il futuro della mobilità elettrica. Non è solo competizione commerciale: è scontro tra modelli industriali, dove centralità statale cinese batte individualismo imprenditoriale americano in settori che richiedono investimenti massicci, supply chains integrate, coordinamento strategico di lungo termine.
OpenAI, che aveva promesso rivoluzione AGI (Artificial General Intelligence) che avrebbe “beneficiato tutta l’umanità”, affronta nel 2024-2025 crisi di governance dopo uscita drammatica e controversa di Sam Altman (novembre 2023, poi reintegrato), partenze di alto profilo dal team di sicurezza AI, scrutinio regolatorio crescente su copyright dei dati di training, sostenibilità economica di modelli che costano centinaia di milioni per singolo training run. La narrativa messianica si scontra con realtà che l’AI generativa, per quanto impressionante tecnicamente, brucia capitale a velocità spaventose senza percorso chiaro verso profittabilità sostenibile.
Meta e Alphabet scoprono che i loro modelli energivori — Llama, Gemini — costano più di quanto producano in termini di revenue addizionale verificabile. Un singolo data center AI-scale consuma elettricità equivalente a città di medie dimensioni. Addestramento di GPT-4 è stimato aver richiesto oltre 50 milioni di dollari solo in compute. Inferenza — far girare questi modelli per rispondere a query — scala linearmente con utenza. Quando milioni o miliardi di persone fanno domande simultaneamente, il costo operativo diventa astronomico. L’innovazione si rivela meno progresso democratico e più bolla speculativa sostenuta da capitale a basso costo che nel 2025 non esiste più.
Le Big Tech non sono più avanguardie della disruption creativa. Sono diventate quello che Kissinger chiamava “essential structures” — infrastrutture critiche da cui dipendono comunicazioni globali, commercio digitale, memoria collettiva, discourse pubblico. Troppo grandi per fallire senza causare collasso sistemico. Troppo potenti per essere controllate attraverso antitrust tradizionale progettato per economia industriale. Troppo integrate nel tessuto sociale per essere smantellate senza conseguenze imprevedibili. Il risultato è stallo regolatorio: tutti riconoscono il problema, nessuno sa esattamente cosa fare, quindi si producono sanzioni simboliche mentre concentrazione continua.
BATTAGLIE COGNITIVE E SOVRANITÀ NARRATIVA
Kissinger aveva costruito carriera sull’assunto che la percezione della realtà — non la realtà oggettiva stessa — determina comportamento degli attori internazionali. Nel XXI secolo digitale, questo principio si amplifica esponenzialmente. Le battaglie contemporanee decisive non si combattono su terreni fisici ma su terreni cognitivi — per il controllo di come eventi vengono percepiti, interpretati, ricordati.
Gli algoritmi di raccomandazione selezionano e organizzano ciò che vediamo, ignoriamo, odiamo, amiamo. Non sono strumenti neutri di distribuzione informativa ma agenti geopolitici attivi capaci di destabilizzare governi (vedi TikTok nelle proteste globali dal 2019 in poi), amplificare o sopprimere movimenti sociali, riscrivere narrative storiche in tempo reale. Cambridge Analytica era primitivo proof-of-concept. Oggi abbiamo ecosistemi interi — TikTok, YouTube, Twitter/X, Instagram — dove singole decisioni algoritmiche (cosa viene amplificato vs cosa viene limitato) hanno conseguenze geopolitiche immediate e misurabili.
Non è propaganda tradizionale dove stato produce messaggio e lo dissemina attraverso canali controllati. È costruzione di ambienti informativi dove certi pensieri diventano naturali, altri impensabili, senza coercizione visibile. Quando TikTok decide quali video su Gaza, Ucraina, Taiwan vengono amplificati vs seppelliti, sta facendo geopolitica — indipendentemente dalle intenzioni dichiarate. Quando YouTube raccomanda sequenze di contenuti che radicalizzano utenti verso posizioni estreme (fenomeno documentato estensivamente da ricerca accademica), sta plasmando landscape politico.
Nella corsa alla sovranità narrativa — capacità di uno stato di influenzare come eventi che lo riguardano vengono percepiti globalmente — il ruolo dell’AI passa dal prevedere comportamenti al generare attivamente contesti percettivi. Chi scrive il prompt iniziale detta la cornice interpretativa. Chi controlla i modelli di base — GPT, Claude, Gemini, Ernie (cinese) — controlla le lenti cognitive attraverso cui porzioni crescenti dell’umanità interpretano informazioni complesse. Quando ChatGPT risponde a domanda su Tiananmen, Taiwan, Xinjiang, sta prendendo posizione geopolitica attraverso cosa include, esclude, enfatizza, minimizza.
Cina lo comprende perfettamente. Il Great Firewall non è semplice censura ma costruzione di ecosistema percettivo alternativo dove narrative approvate dallo stato dominano naturalmente perché alternative letteralmente non esistono o sono algoritmicamente soppresse. Russia applica versione più rozza ma efficace con controllo domestico di piattaforme (VKontakte, Telegram, Yandex) e campagne informative aggressive all’estero. L’Occidente, intrappolato in retorica di “free speech” che non ammette controllo aperto, opera attraverso pressure informale su piattaforme e labeling/fact-checking che funziona come soft censorship.
La geopolitica classica riguardava controllo di territori, risorse fisiche, popolazioni. La geopolitica aumentata riguarda chi controlla le lenti cognitive — gli algoritmi, i modelli, le interfacce — attraverso cui la realtà stessa viene resa visibile, interpretabile, azionabile. Come Kissinger aveva intuito, il potere non è più principalmente coercitivo ma percettivo.
MULTIPOLARISMO COME MODALITÀ CRASH
Il multipolarismo — distribuzione del potere globale tra molteplici centri invece che concentrazione egemonica — non è ritorno a stabilità post-Guerra Fredda o equilibrio delicato del Congresso di Vienna che Kissinger studiava e ammirava. È la modalità crash del sistema internazionale — quello stato che i sistemi complessi entrano quando strutture organizzative precedenti collassano ma nuove strutture stabili non si sono ancora consolidate.
Caotico per definizione: nessun attore singolo può imporre regole ma nessun insieme di attori riesce a concordare su alternative condivise. Adattivo ma non ottimale: gli attori modificano comportamenti in risposta ad azioni altrui ma senza coordinamento che produrrebbe esiti Pareto-efficienti. Intermittente: periodi di apparente stabilità interrotti da shock improvvisi che ridefiniscono landscape — pandemic, guerra, crollo finanziario, breakthrough tecnologico.
In questo contesto, la sovranità stessa diventa ibrida e stratificata. Nazionale quando riguarda controllo territoriale tradizionale e monopolio della violenza legittima. Corporativa quando riguarda standard tecnologici, protocolli di comunicazione, ecosistemi di piattaforme dove Meta, Apple, Google, Tencent operano come quasi-stati con capacità regolatorie de facto. Algoritmica quando riguarda chi determina cosa vediamo, sappiamo, ricordiamo — potere che appartiene a chi controlla sistemi di raccomandazione e modelli di AI, indipendentemente da nazionalità formale.
Le guerre vengono brandizzate — Ucraina come “lotta per democrazia”, Gaza come “autodifesa vs terrorismo” vs “genocidio”, Taiwan come “riunificazione storica” vs “difesa di status quo” — e trasmesse in streaming real-time attraverso piattaforme che amplificano selettivamente narrative secondo logiche di engagement più che verità. Le economie sono guidate da percezione e sentiment più che da fondamentali tradizionali: Bitcoin oscilla di 20% su singolo tweet, stock di Tesla muove più su dichiarazioni Musk che su earnings, valutazioni AI-companies basate su promesse future invece che profitti presenti.
I confini — fisici, economici, informativi — vengono ridisegnati non attraverso trattati negoziati in conferenze diplomatiche ma attraverso protocolli tecnici: chi può accedere a quali chip, quali cloud services, quali modelli AI, quali mercati finanziari. Il Great Firewall cinese è confine reale quanto qualsiasi frontiera fisica. Le sanzioni su semiconduttori ridefiniscono geografia economica quanto invasioni territoriali. Le decisioni su interoperabilità di standard 5G determinano alleanze future quanto patti militari formali.
Per l’Europa, intrappolata geograficamente tra blocco americano e blocco sino-russo, economicamente dipendente da entrambi, militarmente protetta da USA, tecnologicamente colonizzata da Big Tech americane e cinesi, la sfida esistenziale è trovare ruolo che vada oltre essere campo di battaglia o mercato passivo. Kissinger avrebbe consigliato: sfruttare posizione intermedia per mediare, arbitrare, estrarre concessioni da entrambi i lati. Ma questo richiede unità strategica, volontà politica, capacità di rischiare — qualità che Bruxelles ha dimostrato ripetutamente di non possedere. Il rischio è rimanere potenza regolatoria (capace di scrivere regole come GDPR, AI Act) ma non potenza geopolitica (capace di proiettare influenza e plasmare eventi secondo interessi propri).
DOVE IL CODICE INCONTRA IL POTERE
I conflitti del XXI secolo non si combattono più primariamente per controllo di territori fisici — sebbene quelli restino rilevanti — ma per controllo di territori cognitivi: chi determina come miliardi di persone vedono il mondo, interpretano eventi, formano preferenze, prendono decisioni. L’egemonia, come Kissinger aveva compreso profondamente, non si conquista attraverso carri armati o trattati commerciali ma si codifica nei prompt che guidano AI generative, si distribuisce negli algoritmi che curano social feeds, si installa nelle infrastrutture digitali che miliardi usano quotidianamente senza vedere o comprendere.
Il potere è diventato fondamentalmente invisibile — opera sotto superficie delle applicazioni, dei motori di ricerca, dei sistemi di raccomandazione che mediano ormai quasi ogni interazione informativa. Modella percezioni prima che emergano come pensieri consapevoli. Orienta emozioni collettive prima che si cristallizzino in decisioni politiche. Determina cosa è visibile vs invisibile, credibile vs incredibile, pensabile vs impensabile.
La domanda geopolitica definitiva non è più chi controlla più territorio, più armi, più PIL. È chi controlla i protocolli attraverso cui la realtà viene computata, distribuita, percepita. Chi scrive le regole del codice scrive le regole del potere. Questa decisione — chi controlla i layer invisibili di codice che mediano esperienza umana globalmente — si sta prendendo ora, in questo decennio, non nei parlamenti o nelle conferenze diplomatiche ma nei laboratori AI, nei comitati di standard tecnici, nelle sale server dove algoritmi vengono addestrati.
Kissinger aveva dedicato la vita a comprendere come equilibri di potere si formano e dissolvono. Avrebbe riconosciuto che stiamo vivendo uno di quei momenti di transizione sistemica — dove vecchio ordine è collassato ma nuovo ordine non si è ancora stabilizzato. La differenza è che questa volta la velocità di cambiamento è compressa: quello che richiedeva generazioni nel XIX secolo, decenni nel XX, sta accadendo in anni o mesi nel XXI. Chi non comprende questa accelerazione — stati, aziende, individui — scoprirà di essere diventato irrilevante prima ancora di capire cosa è cambiato.







