CANCEL CULTURE: L’ARCHITETTURA ALGORITMICA DELL’INDIGNAZIONE PERMANENTE
Cancel culture non è un incidente culturale: è una forma infrastrutturale di controllo sociale accelerata da piattaforme ottimizzate per engagement. L’ostracismo esiste da sempre; la differenza è che oggi opera a velocità di feed, con memoria indicizzata e amplificazione automatica. E quando l’indignazione diventa una metrica, smette di essere solo morale: diventa economia, governance, potere.
Se la piattaforma misura attenzione, allora l’attenzione diventa valuta. E ciò che massimizza la valuta — spesso rabbia, polarizzazione, umiliazione — viene premiato dal codice.
Che cos’è (davvero) la Cancel Culture
Nel discorso pubblico, “cancel culture” è un’etichetta-ombrello. Nel funzionamento reale, è un processo: identificazione di una trasgressione, costruzione di una narrativa sintetica, coordinamento emotivo di massa, pressione su istituzioni (datori di lavoro, sponsor, media), e infine conseguenze materiali (licenziamenti, de-platforming, isolamento reputazionale, minacce, doxxing). La piattaforma non “decide” nel senso umano: pesa segnali. E le campagne che generano più segnali ricevono più visibilità.
Nota: questo articolo non difende né demonizza in blocco il fenomeno. Lo decodifica come architettura: incentivi, metriche, asimmetrie, e possibilità di alternative.
L’ostracismo ateniese, le umiliazioni pubbliche medievali, i boicottaggi: la funzione è sempre stata la stessa — segnare il confine del gruppo e punire chi lo viola. Ma la piazza fisica aveva limiti: tempo, luogo, dimenticanza. La piazza digitale ha persistenza, ricercabilità e portata globale. Un episodio locale può diventare scandalo mondiale in ore; e il “marchio” resta consultabile anni dopo.
Il verbo “to cancel” migra dalla cultura pop afroamericana verso l’uso digitale come gesto di ritiro del supporto: smetto di seguire, boicotto, delegittimo. In Black Twitter la cancellazione diventa format: un linguaggio replicabile per nominare l’ingiustizia e imporre costi reputazionali. Nel suo nucleo iniziale, non è repressione: è autodeterminazione e critica bottom-up. Ma appena entra nella macchina dell’engagement, la logica cambia: ciò che nasce come dissenso diventa anche spettacolo.
#MeToo: quando la pressione pubblica abbatte coperture istituzionali
Il turning point è l’istituzionalizzazione della responsabilità: casi in cui la pressione pubblica rompe silenzi protetti da potere economico e NDA. In molte situazioni, la cancel culture agisce come meccanismo parallelo quando i canali formali falliscono o proteggono i forti. Ma proprio qui nasce la tensione: lo stesso strumento può diventare giustizia riparativa o mob justice, a seconda di verifiche, proporzioni, procedure e possibilità di riparazione.

Economia politica dell’indignazione: perché l’algoritmo ama il conflitto
Le piattaforme non “amano” moralmente nulla: ottimizzano funzioni obiettivo. E le funzioni obiettivo, storicamente, sono tempo, interazioni, condivisioni, ritorni. La psicologia morale e la ricerca empirica mostrano che contenuti moralizzati e polarizzanti tendono a diffondersi di più (anche quando sono condivisi “per condannare”). In particolare, dinamiche di ostilità verso outgroup e linguaggio che attiva identità tribali correlano con maggiore engagement.12
Qui nasce il volano: un contenuto accusatorio genera reazioni, le reazioni diventano segnali, i segnali aumentano la distribuzione, la distribuzione moltiplica le reazioni. L’algoritmo trasforma la moralità in carburante. E la cancel culture diventa una pipeline di attenzione.
Cancel culture e Meccanismi di cancellazione
| Piattaforma / feature | Meccanismo | Effetto tipico sulla cancel culture |
|---|---|---|
| X / retweet + trending | Redistribuzione istantanea + ranking della “temperatura” pubblica | Trasforma l’episodio in evento globale; incentiva quote e pile-on |
| TikTok / feed “For You” | Distribuzione per interest graph e retention | Drama e accuse entrano in nicchie non correlate, massimizzando watch time |
| Instagram / Reels + commenti | Boost a segnali profondi (watch, share, save) e controversia nei commenti | Pressione per risposte rapide; escalation “a episodi” |
| YouTube / raccomandazioni | Ottimizzazione del tempo di visione | Serializza la cancellazione: “drama” come prodotto editoriale |
Vigilantismo digitale: sorveglianza partecipativa e punizione senza processo
La cancel culture contemporanea spesso opera come vigilantismo digitale: cittadini che diventano osservatori, giudici e vettori di sanzione reputazionale, fuori da procedure e garanzie. È “democratizzazione” del controllo, ma anche disintermediazione della giustizia. Qui la velocità è il problema: la viralità sostituisce la verifica, l’accusa coincide con la sentenza, l’esecuzione sociale precede qualunque difesa.
Echo chambers: isolamento e polarizzazione di gruppo
Le camere dell’eco non sono solo “bolle” spontanee: i feed personalizzati possono ridurre l’esposizione a contenuti divergenti e rinforzare identità tribali.3 Dentro comunità omogenee, il dissenso interno viene punito; la sfumatura è interpretata come tradimento; la posizione collettiva si radicalizza per dimostrare appartenenza. Il risultato è un regime di giudizio che premia la performance morale, non la comprensione.
Cancel culture e l’Asimmetrie strutturale: chi è cancellabile e chi è incancellabile
La contraddizione centrale: le piattaforme che mediano e monetizzano le cancellazioni sono strutturalmente protette da effetti di rete, lock-in e controllo dell’infrastruttura. Anche quando un report ONU o inchieste documentano danni sistemici — dalla disinformazione alla violenza etnica — la piattaforma sopravvive, cambia narrativa, ottimizza PR, e continua.4
Gli individui, invece, sono fragili: un errore, una frase, un contesto perso, e la ricerca indicizzata diventa condanna lunga anni. Qui la cancel culture non colpisce il potere: lo riproduce. Colpisce il cancellabile, non l’infrastruttura.
Geopolitica: dalla “morte sociale” al punteggio di affidabilità
In alcuni contesti, pratiche di sorveglianza laterale e punizione reputazionale si intrecciano con governance statale e infrastrutture di scoring. In Cina, la discussione sul social credit mostra come reputazione, conformità e accesso a servizi possano diventare variabili amministrate attraverso dati e policy.5 Nel Global South, l’adozione massiva di piattaforme occidentali — spesso senza moderazione adeguata in lingue locali — ha amplificato rumor e violenza, trasformando la viralità in rischio fisico.6
Alternative possibili: architetture più umane (non solo moralismi)
Se il problema è infrastrutturale, la soluzione non può essere solo culturale. Servono leve multiple:
- Riforma algoritmica: attrito intenzionale (cooling-off), de-amplificazione del conflitto, pesi diversi per segnali tossici.
- Governance e trasparenza: audit, motivazioni chiare per ranking e moderazione, meccanismi di ricorso.
- Decentralizzazione: modelli federati (fediverso) che riducono lock-in e concentramento di potere.
- Regolazione: nell’UE, il Digital Services Act punta a imporre obblighi di trasparenza e gestione dei rischi sistemici alle piattaforme più grandi.7
- Pedagogia della responsabilità: distinguere tra “calling out” (denuncia pubblica) e “calling in” (invito al cambiamento) quando possibile, senza scaricare il costo educativo sulle vittime.
La domanda è: chi controlla l’infrastruttura che decide cosa diventa scandalo — e chi ci guadagna quando l’indignazione diventa un prodotto.
Fonti essenziali (link esterni)
- “Out-group animosity drives engagement on social media” — Rathje et al., PNAS (2021).
- “Emotion shapes the diffusion of moralized content in social networks” — Brady et al., PNAS (2017).
- “How do social media feed algorithms affect attitudes and behavior in an election campaign?” — Guess et al., Science (2023). (replicabilità e impatto dei feed sulla polarizzazione: base per leggere l’ecosistema)
- Scheda PubMed del paper su feed algorithms e comportamento elettorale — Guess et al. (2023).
- The Age of Surveillance Capitalism — Shoshana Zuboff (2019).
- “DRAG THEM: A brief etymology of so-called ‘cancel culture’” — Meredith D. Clark, Communication and the Public (2020).
- Report of the independent international fact-finding mission on Myanmar (A/HRC/39/64) — UN Human Rights Council (2018).
- “Constructing a Data-Driven Society: China’s Social Credit System as a State Surveillance Infrastructure” — Liang et al., Policy & Internet (2018).
- “On WhatsApp, rumours, and lynchings” — Chinmayi Arun, Economic and Political Weekly (2019).
- Architects of Networked Disinformation — Ong & Cabañes (2018).
- Digital Services Act — Regolamento (UE) 2022/2065 — EUR-Lex.
- Delete: The Virtue of Forgetting in the Digital Age — Viktor Mayer-Schönberger (2009).
- So You’ve Been Publicly Shamed — Jon Ronson (2015).







