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La Forbice

Disuguaglianza • AI • Economia Globale

Come la distribuzione della ricchezza sta completando una rotazione di un secolo — e perché l’intelligenza artificiale ne accelera la chiusura.

Marzo 2026. Il World Inequality Report fissa l’istantanea: il 10% più ricco del pianeta possiede tre quarti di tutta la ricchezza globale. Il 50% più povero detiene il 2%. Due giorni fa, Larry Fink — amministratore delegato di BlackRock, quattordici trilioni di dollari in gestione — scrive nella sua lettera annuale che l’intelligenza artificiale rischia di replicare questo schema «su una scala ancora più grande».

L’uomo che amministra più capitale di chiunque altro avverte i propri azionisti che il meccanismo su cui si arricchiscono potrebbe spezzare il sistema che lo rende possibile. L’avvertimento arriva mentre i dati documentano che la struttura distributiva globale sta completando un giro di 360 gradi: un ritorno alla configurazione dei Ruggenti anni Venti, quando i magnati del carbone e dell’acciaio sedevano in cima a una piramide quasi identica a quella dei signori del silicio e della potenza di calcolo.

La forbice si sta riaprendo. E questa volta ha un acceleratore.

La forbie della disugualianza - Grafico curva a U della distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti 1913-2026
La curva a U: concentrazione della ricchezza negli USA dal 1913. Fonte: Saez e Zucman.
I

La curva a U

Nel 2016, gli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman hanno ricostruito la distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti dal 1913. La forma che emerge è una U netta. La concentrazione era elevata negli anni Venti del Novecento: la quota dello 0,1% più ricco toccò il 25% nel 1929. Poi crollò. Continuò a scendere fino agli anni Settanta, nel contesto della Grande Depressione, del New Deal, dell’economia di guerra e del welfare postbellico. Il minimo storico arrivò tra il 1970 e il 1980.

Quel decennio oggi appare come un’anomalia. Il 90% della popolazione — classe media, lavoratori, piccoli risparmiatori — deteneva il 35% della ricchezza totale. L’1% più ricco oscillava tra il 23% e il 25%. Era l’antitesi del modello attuale.

Questo equilibrio non fu un miracolo del mercato. Fu il risultato di un’architettura precisa.

Tassazione aggressiva sui grandi capitali, aliquote marginali superiori al 70%, sindacati capaci di negoziare la distribuzione del valore. Il lavoro riusciva a tenere testa alla rendita finanziaria. Il World Inequality Report 2026 mostra che questa parentesi non fu solo americana. In Europa il secondo dopoguerra produsse la stessa compressione. Ma documenta anche che si è esaurita ovunque. In India, la quota di reddito del 10% più ricco è passata dal 40% nel 2000 al 58% nel 2023. In Sudafrica, il paese più disuguale del pianeta, il 50% inferiore ha un patrimonio netto negativo: più debiti che beni. Dagli anni Ottanta, la risalita è stata costante. La U si sta chiudendo.

II

Il sorpasso – La forbice della disguaglianza

La fine degli anni Ottanta innescò una mutazione. Le politiche di deregolamentazione su entrambe le sponde dell’Atlantico invertirono la traiettoria dell’élite, che iniziò una scalata verticale. Quella della massa dei lavoratori intraprese un declino che non si è ancora arrestato.

Il momento in cui le lame si sono incrociate di nuovo è l’anno 2000. In quell’anno, l’1% più ricco (al 33%) ha superato il 90% inferiore (fermo al 29%). Fu la vittoria definitiva degli asset finanziari sui salari. Il capitale smise di funzionare come strumento per creare lavoro e diventò fine a se stesso.

Il capitale smise di funzionare come strumento. Diventò fine a se stesso.

I dati della Federal Reserve fotografano il risultato: nel 2018, l’1% più ricco deteneva oltre il 38% della ricchezza totale. Secondo l’OCSE, gli Stati Uniti sono il paese industrializzato con la quota più alta in mano all’1%: il 40,5%.

III

Il circuito

Dietro la curva c’è un meccanismo. Thomas Piketty lo ha reso celebre: quando il rendimento del capitale — profitti, dividendi, plusvalenze — supera stabilmente la crescita dell’economia, la ricchezza si accumula più velocemente di quanto il lavoro possa produrne. Chi possiede capitale vede il patrimonio crescere; chi dipende dal salario perde terreno a ogni ciclo.

Il punto non è che questo accada occasionalmente. È che non si corregge da solo. Al contrario: si amplifica. I rendimenti generano capitale aggiuntivo, che genera rendimenti maggiori. È un circuito a retroazione positiva. L’output viene reinvestito come input, e ogni iterazione allarga il divario tra chi è dentro il loop e chi ne è fuori.

Le proiezioni indicano livelli di disuguaglianza più vicini all’Ottocento che al secondo dopoguerra.

Prima del Novecento, questo divario era abbastanza ampio da sostenere i livelli di concentrazione estrema dell’era preindustriale — il mondo di Balzac, dove la ricchezza ereditata determinava il destino. Durante il ventesimo secolo, in un’epoca catastrofica per il capitale ma favorevole alla crescita, il divario si restrinse. Con una crescita economica intorno all’1,5% e un rendimento del capitale che tende al suo valore storico del 4-5%, le proiezioni indicano che si sta riaprendo.

IV

L’interruttore della forbice della disuguaglianza

Se il circuito tende alla concentrazione, cosa lo ha interrotto nel Novecento? La risposta non è consolante.

La compressione della disuguaglianza tra il 1930 e il 1975 non fu il prodotto del progresso naturale del capitalismo. Fu l’effetto collaterale di catastrofi: due guerre mondiali, la Grande Depressione, la distruzione fisica del capitale accumulato. Il New Deal, lo stato sociale, la tassazione progressiva — le architetture che produssero quella parentesi — nacquero sulle macerie. Dalla necessità di ricostruire un ordine dopo che quello precedente si era disintegrato.

la forbice della disuguaglianza Confronto tra baroni dell'industria del 1920 e baroni del cloud del 2026
Dal carbone al silicio: stessa piramide, nuovi padroni.

Il loop si interruppe perché il capitale venne distrutto, non perché qualcuno trovò il modo di regolarlo. Le conquiste degli anni Settanta furono figlie di un patto sociale nato dalle ceneri, non da una scelta lungimirante. L’eccezione richiedeva condizioni che nessuno vorrebbe replicare.

V

Il perno tecnologico della disuguaglianza

Se nel 1920 la disuguaglianza era alimentata dai monopoli del carbone e delle ferrovie, nel 2026 il nuovo motore ha un nome tecnico: potenza di calcolo. La tecnologia è diventata il perno della forbice. Mentre crea valore immenso, la sua proprietà ultra-concentrata — dati, chip, infrastruttura — spinge le lame in direzioni opposte.

Il meccanismo opera su due canali. Primo: concentrazione infrastrutturale. Il controllo della potenza di calcolo, dei dati di addestramento e dell’infrastruttura fisica è centralizzato in un pugno di aziende globali. Il costo di addestramento dei modelli di frontiera — centinaia di milioni di dollari per ciclo — crea barriere d’ingresso che favoriscono l’oligopolio strutturale. A differenza del monopolio di prodotto della Standard Oil, qui la concentrazione riguarda la capacità stessa di produrre intelligenza artificiale.

Dal 1989, un dollaro investito in borsa è cresciuto quindici volte più di un dollaro legato al salario mediano.

Secondo: trasferimento dal lavoro al capitale. Un paradosso complica la narrazione più diffusa: l’AI potrebbe ridurre la disuguaglianza salariale, perché automatizza anche compiti ad alto reddito. Ma simultaneamente aumenta quella patrimoniale, perché i risparmi di costo che le imprese ottengono automatizzando producono rendimenti che fluiscono verso chi possiede le imprese, non verso chi ci lavorava. Fink stesso lo riconosce nella sua lettera. L’AI rischia di replicare quel pattern su scala ancora maggiore.

Le proiezioni per il 2026 indicano che l’1% più ricco salirà al 39%, mentre il 90% inferiore scenderà al 22%. Nel 1920, il rapporto era 45% contro 20%. Abbiamo digitalizzato la disuguaglianza, sostituendo i baroni dell’industria con i baroni del cloud. Ma l’effetto sul portafoglio del cittadino comune è un tuffo nel passato di cent’anni.

VI

L’ancora

Mentre l’1% e il 90% vivono oscillazioni drammatiche, esiste un gruppo che sembra immune: il 9% intermedio — l’alta borghesia e la classe dirigente. Questa fascia ha mantenuto una quota straordinariamente stabile: il 35% nel 1920, il 42% nel 1980, una proiezione del 39% per il 2026.

In un sistema dove tutto oscilla, un elemento stabile opera come regolatore. Il 9% intermedio rappresenta il cuscinetto: i manager, i professionisti d’élite che gestiscono l’architettura del sistema per conto del vertice. L’unico gruppo che ha attraversato il secolo senza perdere quota, isolato dalle crisi che colpiscono la base.

Ma le proiezioni segnalano un possibile punto di rottura. Per la prima volta, l’1% e il 9% raggiungerebbero una parità quasi perfetta: 39% ciascuno. L’élite ristretta sta diventando potente quanto l’intera classe che la sostiene. Se questa convergenza si conferma, il cuscinetto perde funzione: non c’è più differenziale sufficiente a giustificare la fedeltà della classe gestionale al vertice. Il sistema perde il suo stabilizzatore interno.

VII

Verso la fine della forbice della disuguaglianza

Il World Inequality Report 2026 registra che il 60% della ricchezza miliardaria contemporanea proviene da eredità, potere monopolistico o connessioni privilegiate — non da innovazione. Negli Stati Uniti, il 90% dei bambini nati nel 1940 guadagnava più dei propri genitori; per quelli nati negli anni Ottanta la probabilità è scesa al 50%. In un numero crescente di paesi, il 50% inferiore della popolazione possiede meno di niente.

I Ruggenti anni Venti finirono con il crollo del 1929 e una catastrofe globale. Le conquiste degli anni Settanta nacquero dalle ceneri di quella crisi. La curva a U documentata da Saez e Zucman descrive un pattern storico, non una legge di natura. Nulla garantisce che il ciclo si ripeta — e nulla garantisce che si corregga.

I sistemi a retroazione positiva si correggono sempre. La domanda è come.

La concentrazione infinita è un’impossibilità fisica. La domanda è se sappiamo immaginare una correzione che non richieda prima una catastrofe. L’ultima volta che la forbice era aperta così, ci sono voluti trent’anni, due guerre e un crollo finanziario per richiuderla. E chi l’ha richiusa non stava cercando di farlo. Stava cercando di sopravvivere.

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Post scriptum

La lettera annuale di Larry Fink agli azionisti BlackRock è stata pubblicata il 25 marzo 2026. È la prima volta che il più grande gestore patrimoniale al mondo inserisce un avvertimento esplicito sui rischi sistemici dell’AI per la distribuzione della ricchezza.

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