La materia prima sei tu. Il prodotto è il tuo futuro

Inchiesta · Capitalismo della sorveglianza digitale

Il capitalismo della sorveglianza non si limita a raccogliere dati: trasforma comportamenti, intenzioni e possibilità future in previsioni proprietarie. Da Zuboff a Marx e Polanyi, da Merleau-Ponty alla cibernetica, anatomia di un mercato che vende ciò che non abbiamo ancora fatto — e delle ragioni per cui non è un destino.

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«L’essere umano diventa davvero il manipulandum che crede di essere.»

— Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito, 1961

Sorveglianza digitale: la deliberazione umana intercettata a monte dell'azione dal capitalismo della sorveglianza
L’interfaccia conversazionale si colloca a monte dell’azione: partecipa alla formazione dell’intenzione, non alla sua registrazione a valle.

Una persona apre un’app e scrive una domanda che non ha ancora rivolto a nessun altro. Se lasciare il lavoro. Quale assicurazione scegliere. Come uscire da un debito. Cosa può significare quel sintomo. Come rispondere a un messaggio che le ha fatto male.

Non ha fatto niente. Non ha comprato, non ha cliccato, non ha firmato. Eppure ha già consegnato qualcosa di più prezioso di qualsiasi acquisto: la mappa delle alternative che sta valutando, nel momento esatto in cui la decisione è ancora reversibile.

McLuhan lo aveva detto con una formula che sembrava un gioco di parole e invece era un teorema: il medium è il messaggio. Non conta il contenuto di ciò che chiedi all’assistente. Conta che il medium conversazionale entri dentro il modo in cui deliberi, che si collochi a monte dell’azione anziché a valle. Il motore di ricerca intercettava una domanda già formulata. Il social osservava una reazione già avvenuta. L’interfaccia conversazionale partecipa alla formazione stessa dell’intenzione.

Da qui la sola domanda che questo articolo prova a tenere aperta fino alla fine:

A chi appartiene una decisione prima che sia stata presa?

Atto I — La fabbrica che produce certezza

C’è una formula che ha reso digeribile il capitalismo digitale a un’intera generazione: se il servizio è gratis, il prodotto sei tu. È efficace. Ed è sbagliata.

Nella maggior parte dei casi tu non sei il prodotto venduto, e nemmeno i tuoi dati grezzi lo sono. Già nel 1977 Dallas Smythe aveva individuato la merce reale della comunicazione commerciale, e non era né lo spettatore né il contenuto: era l’attenzione, impacchettata e venduta agli inserzionisti. Quarant’anni prima dello slogan, Smythe lo correggeva. La sequenza precisa non è «tu sei il prodotto», ma:

esperienza → dati comportamentali → surplus → inferenze → previsioni → interventi → profitto.

Il cliente commerciale non compra te. Non compra nemmeno un archivio delle tue attività. Compra la possibilità di raggiungerti nel momento favorevole, una previsione sulla tua propensione all’acquisto, la capacità di modificare l’ambiente in cui deciderai, una riduzione dell’incertezza economica sul tuo comportamento.

La sorveglianza digitale

Il capitalismo della sorveglianza è il modello economico che trasforma l’esperienza umana in dati comportamentali, isola una parte eccedente di quei dati — il surplus comportamentale, non necessaria a fornire il servizio — e la impiega per produrre previsioni che vende sui mercati dei futuri comportamentali. È la definizione che Shoshana Zuboff ha costruito nel 2015 e ampliato nel 2019. Ma la sua conseguenza più radicale sta in una parola che di solito passa inosservata: previsione.

Perché il bene economico non sono i dati. I dati sono l’input. Il bene economico è la certezza.

Il capitalismo industriale voleva rendere prevedibile la produzione. Quello finanziario voleva governare il rischio. Il capitalismo della sorveglianza applica la stessa aspirazione alla condotta umana. Il suo problema non è sapere chi sei — è rispondere a domande diverse: cosa comprerai, dove andrai, quando sarai più vulnerabile a un’offerta, quale contenuto ti tratterrà, quanto sei disposto a pagare, quale alternativa riuscirà a cambiare la tua scelta.

E questa certezza ha già un prezzo, un listino, un mercato. Il surveillance pricing — secondo un rapporto preliminare della Federal Trade Commission statunitense di inizio 2025 — significa che localizzazione, cronologia di navigazione, persino i movimenti del mouse e i prodotti lasciati nel carrello possono essere usati per differenziare i prezzi mostrati a te rispetto a quelli mostrati a un altro. (Rapporto preliminare, e in un quadro politico nel frattempo mutato: da verificare prima di ergerlo a prova regina — ma la direzione è quella.) Nel B2B l’intenzione è merce da anni, e si chiama intent data: si compra, si prezza, ci si fa scoring. Il mercato dell’intenzione non sta nascendo. Esiste già. Sta soltanto cambiando fase.

La possibilità che il mercato cambi davanti a te, sulla base di ciò che crede di sapere di te.

L’origine della sorveglianza digitale

Nulla di tutto questo è nuovo quanto sembra. La sua radice è la cibernetica. Norbert Wiener aveva definito il controllo come comunicazione e retroazione: un sistema che si autoregola raccogliendo informazioni sui propri effetti. James Beniger, in The Control Revolution, ha mostrato che la società dell’informazione non è un’invenzione della Silicon Valley ma l’esito di una crisi di controllo aperta con l’industrializzazione: controllo come elaborazione di informazione. E il collettivo Tiqqun, nell’Ipotesi cibernetica, ha nominato la mossa decisiva: aggirare l’impossibilità di determinare il comportamento trasformando il problema dell’incertezza in un problema di informazione. Ridurre l’individuo a un nodo su un loop di retroazione che si libera delle proprie increspature. L’obiettivo dichiarato — controllo, previsione, sorveglianza fondati sulla raccolta massiva di dati — è la logica sottostante che Zuboff descriverà decenni dopo.

Il capitalismo della sorveglianza, in altre parole, non è un’anomalia di Google. È la mercificazione di una funzione cibernetica — incertezza, informazione, controllo — che precede ed eccede qualunque piattaforma.

E questa funzione ha un’ideologia. La nominò Merleau-Ponty nel 1961, mentre la cibernetica era all’apice. Chiamò pensiero operatorio quel modo di pensare che tratta ogni cosa come oggetto da manipolare, un artificialismo assoluto che vede nelle creazioni umane un processo naturale d’informazione modellato sulla macchina. E ne fece una profezia: se quel pensiero estende il suo dominio sull’uomo e sulla storia, ignorando ciò che sappiamo per contatto e situazione, allora l’essere umano diventa davvero il manipulandum che crede di essere. Il surveillance pricing è, letteralmente, il pensiero operatorio fatto listino.

C’è però una crepa nella fabbrica della certezza, ed è strutturale.

Vendono certezza su un sistema che non è calcolabile. Turing lo aveva dimostrato per le macchine: esistono problemi indecidibili, domande a cui nessun algoritmo può rispondere. Gregory Chaitin lo ha esteso all’informazione: esistono verità incomprimibili, che non si lasciano ridurre a una formula più corta di sé stesse. E il neuroscienziato Miguel Nicolelis lo sostiene per il cervello: non computabile, prodotto di interazioni non lineari fra miliardi di cellule, impossibile da simulare su una macchina di Turing. La sua analogia cade accanto al surveillance pricing con precisione chirurgica: non puoi prevedere se il mercato azionario salirà, perché non puoi computarlo.

(La teoria di Nicolelis è contestata, di frontiera. Non serve prenderla come prova che «la mente non è una macchina» — è la vecchia trappola dell’argomento Lucas–Penrose, e ti espone. Serve più modestamente, e più solidamente, come limite: nessun sistema formale abbastanza ricco si chiude su sé stesso. C’è sempre un resto.)

Il che vuol dire che il prodotto è, in parte, un bluff. Vendono la previsione di un sistema incomprimibile. E allora la domanda diventa: come si colma il bluff?

A chi appartiene una decisione prima che sia stata presa?

Atto II — Chi possiede l’inferenza

La risposta al bluff non è un modello migliore. È l’intervento. Ma prima di arrivarci, bisogna capire chi tiene in mano gli strumenti.

Ogni volta che pubblichi, reagisci, resti, cerchi, scorri, produci un segnale. Addestri implicitamente i sistemi di raccomandazione, trattieni altri utenti, generi dati commerciali. C’è una lettura marxiana che ti descrive come un lavoratore che cede capacità produttiva in cambio dell’accesso. C’è una lettura più vicina a Zuboff che ti descrive come qualcuno che non è mai entrato consapevolmente in un mercato: cercavi informazioni, relazioni, servizi, e i dati sono stati prodotti incidentalmente e poi appropriati.

Non serve scegliere in fretta. Nancy Fraser ha dato il nome alla coppia che tiene insieme le due letture — sfruttamento ed espropriazione — ed è anche l’autrice che rilegge Polanyi. Con lei si può dire la cosa più onesta: siamo contemporaneamente lavoratori, consumatori, materia prima e mercato. Questa sovrapposizione è più interessante dello slogan che pretende di ridurci a una sola di quelle figure.

Ma chi possiede il valore? Non chi produce i segnali. McKenzie Wark ha coniato il termine giusto: la classe vettorialista, che non possiede le fabbriche né i contenuti, ma il vettore — l’infrastruttura che cattura, classifica e interpreta. Noi produciamo i segnali; loro possiedono gli strumenti per trasformarli in inferenze. L’asimmetria non è sui dati. È sull’inferenza.

Qui Polanyi permette il salto teorico. Terra, lavoro e moneta erano per lui merci fittizie: trattate come merci pur non essendo prodotte per essere vendute. Parte della letteratura recente ha proposto di aggiungere i dati all’elenco. Ma i dati non sono mai davvero grezzi, richiedono classificazione, infrastrutture, lavoro. La merce fittizia più radicale non sono i dati. È la possibilità futura di una persona. Un oggetto economico singolare, perché non esiste ancora, non è stato prodotto volontariamente da nessuno, dipende da inferenze proprietarie — e può essere venduto senza che il soggetto conosca né il contenuto né il prezzo della previsione che lo riguarda.

E ha una terza proprietà, la più pericolosa: la sua vendita può contribuire a realizzarla. La previsione cambia l’ordine dei contenuti, seleziona un’offerta, fissa un prezzo, invia una notifica, nasconde un’alternativa, rende una scelta più facile dell’altra. Non descrive il futuro. Concorre a costruirlo. È performativa — nel senso preciso che Donald MacKenzie e la sociologia dei mercati danno al termine: certi modelli non fotografano la realtà, la producono.

Sorveglianza digitale: il surplus comportamentale trasformato in previsione proprietaria e listino
La merce fittizia più radicale non sono i dati, ma la possibilità futura di una persona: un oggetto economico che non esiste ancora e la cui vendita può contribuire a realizzarlo.

È lo scoring assicurativo che decide il tuo premio in base a un comportamento presunto. È il ranking che stabilisce cosa vedrai e quindi cosa penserai di aver scelto. È la segmentazione di prezzo che ti mostra un mondo tarato su di te. E l’architettura che rende tutto questo possibile non è neutra. Heidegger la chiamerebbe Gestell: un modo di disvelare il mondo che lo fa apparire come fondo disponibile, risorsa a chiamata. Benjamin Bratton la chiamerebbe lo Stack: computazione planetaria come strato di potere. In entrambi i casi è la tua tesi in filosofia — un potere cristallizzato nell’architettura, che disvela l’umano come surplus on-demand.

E lo fa con la nostra complicità. Byung-Chul Han lo ha descritto meglio di chiunque: il potere neoliberale non reprime la libertà, la sfrutta. Nel panopticon digitale non siamo stati rinchiusi — ci siamo gettati da soli, e in una forma più efficiente della disciplina. Ci auto-ottimizziamo, ci esponiamo per devozione, trasformiamo la confessione in prestazione. L’interfaccia conversazionale è il dispositivo psicopolitico perfetto: non estrae l’intenzione, ce la fa dichiarare.

A questo punto la tentazione è opporre alla macchina un umano autentico, incarnato, non calcolabile. È una tentazione da respingere, perché è la nostalgia analogica: il fantasma di un umano puro da riscattare. Non è mai esistito. Bernard Stiegler lo ha mostrato: non c’è umano prima della protesi, l’uomo nasce già tecnico, già artificiale. E la facoltà che il capitalismo della sorveglianza cattura — la protenzione, l’anticipazione, il futuro-atteso della coscienza — è sempre stata co-costituita da supporti tecnici. Quel «surplus intenzionale» che verrebbe voglia di annunciare come concetto nuovo ha già un pedigree: è la cattura industriale di una facoltà anticipatoria che era tecnica fin dall’origine. Katherine Hayles ha raccontato come la cibernetica abbia fatto sì che l’informazione «perdesse il corpo»; Donna Haraway, col Manifesto Cyborg, ha chiuso ogni via di fuga verso la natura innocente; Foucault aveva già ricordato che «l’uomo» è un’invenzione recente, una figura che può cancellarsi.

Il che porta a una conseguenza politica, non nostalgica: anche l’umano incarnato è una costruzione, quanto quello informazionale. Ma se entrambi sono costrutti, la domanda superstite non è metafisica — quale è vero secondo natura? — bensì politica: chi lo impone, a vantaggio di chi, e potrebbe essere altrimenti?

Va detto anche cosa questo non è. Non è tecnofobia. La critica non arriva da un fuori fenomenologico ostile alla macchina: si monta dentro la cibernetica. Esiste infatti una cibernetica di secondo ordine — von Foerster, Varela, Maturana — in cui l’osservatore è parte del sistema, non c’è un timoniere esterno, e il sistema si auto-produce anziché lasciarsi pilotare da fuori. Il bersaglio non è la cibernetica in quanto tale. È la fantasia di controllo della sua versione di primo ordine: quella su cui poggia il capitalismo della sorveglianza.

E non è nemmeno un sistema onnipotente. Evgeny Morozov obietta che non si tratta di una nuova specie di capitalismo ma di capitalismo con rendite monopolistiche. Nick Couldry e Ulises Mejias parlano di colonialismo dei dati: appropriazione più che estrazione. Wendy Chun ricorda che la previsione è fallibile, discriminatoria e autoavverante. Ma la fallibilità non indebolisce la tesi: la sposta. Puoi subire conseguenze non per ciò che hai fatto, ma per ciò che un modello — magari sbagliato — ritiene probabile che tu faccia.

Ed è qui che si paga il debito lasciato aperto nel primo atto. Proprio perché non si può computare il non-computabile, la macchina non può limitarsi a prevedere. Deve intervenire.

Previsione fallita → spingi finché non si avvera

Il fallimento del modello non è un incidente: è il motore della coercizione. La certezza che non si può calcolare, la si fabbrica modellando l’ambiente della decisione. È il manipulandum di Merleau-Ponty che si realizza — l’uomo reso manipolabile perché un sistema ha deciso di trattarlo come tale.

Contro cosa, allora, se non contro una natura da difendere? Il futuro ha bisogno di un vocabolario diverso. Henri Bergson lo aveva: la durata è creazione del nuovo, irriducibile al tempo spazializzato e calcolabile — il futuro non è dato, si inventa. (La durata, non l’élan vital: quello rimetterebbe il naturalismo dalla finestra.) E Derrida taglia netto la distinzione che ci serve: le futur è il futuro prevedibile, programmabile, prolungamento del presente; l’avenir è l’a-venire strutturalmente imprevedibile, ciò che non si lascia programmare. Il capitalismo della sorveglianza è precisamente questo: la colonizzazione dell’avenir dentro le futur.

A chi appartiene una decisione prima che sia stata presa?

Atto III — Il diritto a un futuro non preassegnato

Si è passati dalla sorveglianza dell’azione alla sorveglianza della deliberazione. Non è un’accusa a ogni singolo assistente di usare ogni conversazione a fini pubblicitari: è una tesi strutturale. Una tecnologia conversazionale possiede la capacità di entrare nel processo di formazione dell’intenzione. Questa capacità apre una frontiera economica e politica nuova, indipendentemente da come venga usata oggi.

La regolazione se ne è accorta, in parte. Il GDPR riconosce che i dati personali non sono solo quelli forniti direttamente: anche dati derivati e inferiti possono ricadere nel diritto di accesso. Il Digital Services Act impone alle piattaforme molto grandi più trasparenza, almeno un’opzione di raccomandazione non basata sulla profilazione, e repository pubblici delle inserzioni. L’AI Act europeo vieta certe tecniche manipolative. Sono argini reali.

Ma pongono la domanda sbagliata. Anche quando posso accedere ai miei dati, posso conoscere il modello di futuro che un’organizzazione ha costruito su di me? Posso vedere l’inferenza, contestarla, rifiutare di essere valutato su un comportamento che non ho ancora tenuto?

E soprattutto: la soluzione non può essere individuale. Rifiutare i cookie, cambiare le impostazioni, cancellare la cronologia — sono gesti utili che riportano un problema politico-economico alla responsabilità del singolo. Polanyi lo aveva capito: alla mercificazione la società risponde con un doppio movimento. Qui il contro-movimento ha forme concrete — data trust, contrattazione collettiva sui dati, interoperabilità imposta per legge, contenzioso strategico. Non impostazioni privacy: potere collettivo.

Hannah Arendt dà a questo potere il suo fondamento più profondo, e non è un caso che la sua critica colpisca esattamente il punto. Arendt attaccava già la riduzione dell’azione a comportamento statisticamente prevedibile — la sua diffidenza verso il «sociale» e le scienze del comportamento è un colpo diretto al surplus comportamentale. La sorveglianza vuole comportamento, cioè il prevedibile. La politica è azione, cioè l’inaugurale. E l’azione riposa sulla natalità: la capacità di cominciare qualcosa che nessun modello prevede, perché non deriva da ciò che c’era prima. Cornelius Castoriadis raddoppia sul piano collettivo con l’immaginario radicale: la società che si auto-istituisce e non è deducibile, l’autonomia contro la chiusura insiemistico-identitaria che è la logica stessa del dato.

Da qui i quattro diritti che il pezzo rivendica — non come tutele individuali ma come capacità collettive: conoscere le inferenze rilevanti; contestare una previsione; non essere valutati sulla base di comportamenti presunti; e il diritto a un futuro non preassegnato.

Quest’ultimo ha bisogno di un nome positivo, non solo di una difesa in negativo. Édouard Glissant lo offre: il diritto all’opacità. Non è la privacy come occultamento dei dati. È il diritto a non essere reso interamente trasparente, leggibile, computabile dall’altro. Ed è un diritto anti-coloniale — si salda esattamente al colonialismo dei dati di Couldry e Mejias. Così l’impossibilità formale (Gödel, Turing, Chaitin, Nicolelis) e l’opacità etica (Glissant) fanno un pavimento a due strati: non si può formalizzare tutto, e non si deve.

La tattica, Tiqqun la conosceva: il rumore, l’imprevedibilità, l’illeggibilità. «Il panico fa panico alla cibernetica», perché il caos limita il pensiero prognostico. Ma l’opacità individuale da sola non basta — va accoppiata agli argini istituzionali, o resta un gesto privato in un problema collettivo.

E c’è un atto politico che precede tutti gli altri, quello che Yuk Hui chiama con la sua cosmotecnica: mostrare che la visione cibernetico-californiana del mondo è una configurazione fra le tante, non l’unica possibile, presentata come universale. Ri-particolarizzarla. Perché nel momento in cui smette di sembrare un destino tecnologico e torna a essere una scelta — autorizzata, interessata, altrimenti-possibile — lo spazio politico si riapre.

Ed è così che i quattro strati si sommano. Il diritto a un futuro non preassegnato non è un desiderio: è sovradeterminato da quattro lingue diverse che dicono la stessa cosa. Impossibilità formale — nessuna previsione totale è possibile. A-venire — nessun futuro è del tutto programmabile. Natalità — nessuna azione è del tutto deducibile dal passato. Opacità — nessun essere umano deve essere reso del tutto trasparente. Per questo la chiusura non è retorica.

Torniamo allora all’epigrafe. Non difendiamo un umano-natura contro la macchina: anche l’incarnato è costruito, e la nostalgia analogica è una via chiusa. Ma nessuna costruzione dell’umano si chiude su sé stessa — c’è sempre un resto — e nessuna è imposta senza un autore e un interesse. Il manipulandum non è la nostra natura. È una configurazione sintetica dell’umano, imposta e travestita da inevitabilità. Smascherare il travestimento è l’atto politico.

Il problema, dunque, non è quanto le piattaforme sappiano del nostro passato. È quale potere ottengano quando possono trasformare quel passato in una pretesa sul nostro futuro.

La nuova proprietà privata non riguarda ciò che abbiamo fatto. Riguarda la probabilità di ciò che non abbiamo ancora deciso.

E la sola domanda che resta è politica, non filosofica: possiamo essere liberi, se l’ambiente in cui scegliamo è progettato da chi guadagna prevedendo — e producendo — la nostra scelta? La risposta non è scritta da nessuna parte. Il che, a pensarci bene, è precisamente il punto.

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Fonti e riferimenti
  • FTC, Surveillance Pricing Study — Initial Findings (2025)
  • Shoshana Zuboff, Big Other (Journal of Information Technology, 2015) e Il capitalismo della sorveglianza (2019)
  • Dallas Smythe, Communications: Blindspot of Western Marxism (1977)
  • Norbert Wiener, Cibernetica (1948) · James Beniger, The Control Revolution (1986)
  • Tiqqun, L’ipotesi cibernetica
  • Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito (1961)
  • Alan Turing (1936); Gregory Chaitin, informazione algoritmica · Miguel Nicolelis & Ronald Cicurel, The Relativistic Brain (2015)
  • Nancy Fraser, su espropriazione/sfruttamento e Polanyi · McKenzie Wark, A Hacker Manifesto (2004)
  • Karl Polanyi, La grande trasformazione (1944)
  • Martin Heidegger, La questione della tecnica (1954); Benjamin Bratton, The Stack (2015)
  • Byung-Chul Han, Psicopolitica (2014) · Bernard Stiegler, La technique et le temps
  • N. Katherine Hayles, How We Became Posthuman (1999) · Donna Haraway, Manifesto Cyborg (1985)
  • Heinz von Foerster / Francisco Varela, cibernetica di secondo ordine
  • Evgeny Morozov; Nick Couldry & Ulises Mejias, The Costs of Connection (2019); Wendy Chun, Updating to Remain the Same (2016)
  • Henri Bergson, sulla durata; Jacques Derrida, le futur / l’avenir
  • Hannah Arendt, Vita activa (1958); Cornelius Castoriadis, L’istituzione immaginaria della società (1975)
  • Édouard Glissant, Poetica della relazione (1990), diritto all’opacità
  • Yuk Hui, The Question Concerning Technology in China (2016), cosmotecnica

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